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Il Satiro Teatro. Premio alla nostalgia veneta
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Il Satiro Teatro. Premio alla nostalgia veneta
Intervista a Gigi Mardegan e Roberto Cuppone
Passione? Sì. Missione? No, sennò il teatro è blabla. L’attore non deve mai collocarsi sopra lo spettatore, ma al suo fianco, esserlo un po’ lui stesso.
Miglior Attore e Miglior Regia per l'edizione 2011 del Concorso Nazionale 'Goldoni e dintorni' Città di Bagnoli. Miglior attore per l'edizione 2011 del Concorso Teatrale Regionale Città di Bovolone. Sono i tre riconoscimenti che hanno chiuso l'anno de Il Satiro Teatro di Paese, assegnati a "Diese franchi de aqua de spasemo" e "La ballata del Barcaro".
Gigi Mardegan e Roberto Cuppone, attore e capocomico e regista e docente universitario, sono stati premiati per la forza espressiva di una recitazione che trascina e coinvolge, per il lavoro di una regia seria, pulita e di ricerca che evoca con commozione il passato della nostra terra e lo riempie di una forza contagiosa.
Attore e regista raccontano il loro teatro, la loro passione, la loro ricerca, la loro energia. |
Intervista
- Gigi Mardegan e Roberto Cuppone. Attore e capocomico del Satiro Teatro e regista e docente universitario. Quando e come vi siete incontrati? Quando è nata la vostra attività insieme? Qual è la passione, il filo conduttore, la missione che vi tiene legati e esprime il messaggio del vostro fare teatro?
Già, a pensarci sono ormai dieci anni. Ci incontrammo la prima volta nel 2001 per uno spettacolo sulla Grande Guerra, Mato de guera. Era la prima volta che Roberto lavorava con un attore solo; un regista deve sempre guadagnarsi una certa intimità con gli attori, ma quando il rapporto è uno a uno, tutto è più intenso, personale, aumenta la responsabilità e il coinvolgimento anche privato. Quella volta per il regista fu una grande scoperta: del monologo di narrazione, ma anche e soprattutto di un grande attore dialettale e della sua straordinaria potenzialità tragica, che veramente non aveva mai trovato in nessun altro; finalmente trovava nel teatro dialettale, che fino ad allora aveva già molto frequentato, la completezza, la possibilità di essere teatro e basta, e non un sottogenere. Grazie a Gigi, proprio a lui: un attore che piacerebbe molto ad Artaud. Così, dopo Mato de guèra (2002), vennero Castelfrankenstein (2002), parodia del cosiddetto modello economico Nordest; Sirene (2004), sul bombardamento di Treviso del ’44; Quarantòto (2006), dove torna il mato de guera alla vigilia della prime elezioni repubblicane; Veleno & nuvole. Socrate si difende (2009), dalla nota apologia; La ballata del barcaro (2010), biografia epica dell’ultimo barcaro veneto; e Diese franchi di aqua de spasemo (2011), su un medico condotto nel cuore della campagna fra Treviso e Venezia.
Passione? Sì. Missione? No, sennò il teatro è blabla. L’attore non deve mai collocarsi sopra lo spettatore, ma al suo fianco, esserlo un po’ lui stesso.
- I protagonisti e le storie raccontate da Il satiro Teatro sono tipici personaggi della realtà veneta. Quanto è importante mantenere vive le radici di un territorio? Cosa cercano e cosa amano di più gli spettatori che assistono alle vostre messe in scena?
Quello che mantiene vive le radici è solo la pianta: o c’è o non c’è, non bastano iniezioni ricostituenti, serre o boschi incantati. Una cultura esiste finché ha un senso che esista, non si frena il treno con il culo. Noi siamo sulla soglia, teniamo aperto uno spiraglio della porta, ma non per guardare indietro, la stanza dei ricordi; semmai per uscirne, e vedere se quei ricordi sono spendibili nella vita di tutti i giorni.
Poi è vero che talvolta il pubblico cerca anche un po’ di regressione, di consolazione, il come eravamo; non crediamo ci sia niente di male a ri-trovarsi: purché non si smetta di cercare.
- Cosa resta oggi del mondo raccontato nelle vostre opere? C'è ancora qualcosa di identificabile nel nostro vivere quotidiano o siamo ad una distanza incomparabile? Quanta nostalgia c'è verso il mondo di ieri?
Cosa resta? Tutto: perché il “mondo” delle nostre opere è quello di oggi, delle contaminazioni linguistiche, degli ossimori culturali, delle tentazioni di razzismo per paura di perdere qualcosa (o di perdersi); è il problema di sempre, quello di capire che la diversità (etnica, linguistica, tecnologica: non importa) non è un fantasma da esorcizzare, ma una risorsa da ricercare.
Questo forse risponde anche alla seconda parte della domanda: quella distanza, di cui parli, è proprio la fonte di energia; è la differenza di potenziale, cioè la maggiore distanza fra gli elettrodi, che produce la scintilla più grande. La nostalgia c’è, per carità, come la mamma e la nutella. Vedila come una luce di tramonto: se ti aiuta a capire meglio il paesaggio, perché no? Se però nel Sile cominci a vedere il Rio delle Amazzoni, o nel Po vedi un dio, allora c’è qualcosa che non va.
- Il Teatro popolare oggi: quali sono gli scenari, i nuovi autori, gli attori. C'è ancora voglia di recupero e ricerca o quello del passato è un mondo destinato piano piano a perdere stimoli?
È difficile rispondere. In epoca di tivù, sembra tutto popolare e invece è tutto populista. Crediamo che siamo rimasti in pochi a lavorare su questa materia – lingua, cultura, paradossi – in una forma che non sia cabarettistica o comica; tanto più in teatro. I nostri modelli naturalmente sono Meneghello e Zanzotto, un vicentino e un trevigiano, come noi… guarda la coincidenza! Ma crediamo che forse non ce ne saremmo mai accorti se non ci fossimo incontrati; e Gigi a sentirsi un “polenton” e Roberto irriducibilmente terrone. |